Trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, il depistaggio infinito

Scritto il 23/05/2026
da agi

AGI - Gli attentati a Falcone e a Borsellino. Le stragi di Capaci e di via D'Amelio. A separarle sono 57 giorni. Trentaquattro sono gli anni che invece dividono i due eccidi da una verità piena la cui ricerca è ancora oggetto di processi e nuove indagini, tra condanne, assoluzioni, prescrizioni e spunti investigativi che tengono tuttora aperto il conto con la Giustizia. Una ferita che non si rimargina

Gli attentati a Falcone e Borsellino e i depistaggi 

Gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si consumarono in un contesto d'incapacità e complicità che va ben oltre il livello della mafia, in un quadro, certificato da una sentenza, di "colossale depistaggio".

Il 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone, direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia e candidato alla carica di procuratore nazionale antimafia, era appena atterrato all'aeroporto di Punta Raisi con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato. Alle 17.58, sull'autostrada Trapani-Palermo, nei pressi di Capaci, la tremenda esplosione che li uccise con gli uomini della scorta.

Circa 500 chili di tritolo piazzati dentro un canale di scolo esplosero mentre transitavano le Croma. La prima auto blindata - con a bordo i poliziotti Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo - venne scaraventata oltre la carreggiata opposta di marcia, su un pianoro coperto di ulivi. La seconda Croma, guidata dallo stesso Falcone, si schiantò contro il muro di detriti della profonda voragine aperta dallo scoppio. L'esplosione divorò un centinaio di metri di autostrada.   

"Falcone aveva già cominciato a morire" 

Poco più di un mese dopo, il 25 giugno, Paolo Borsellino denunciò la costante opposizione al lavoro e al metodo di Falcone di parti consistenti delle istituzioni: "Secondo Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione. Oggi che tutti ci rendiamo conto di qual è stata la statura di quest'uomo, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire il primo gennaio del 1988, quando il Csm con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Meli". 


 A un certo punto, raccontò Borsellino, "fummo noi stessi a convincere Falcone, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato le esperienze del pool antimafia. Era la superprocura". La mafia "ha preparato e attuato l'attentato del 23 maggio nel momento in cui Giovanni Falcone era a un passo dal diventare direttore nazionale antimafia".  

Da Capaci a via d'Amelio, inerzia tragica

Poco fu fatto per proteggere Paolo Borsellino. 51 anni, da 28 in magistratura, procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano dopo aver diretto la procura di Marsala, pranzò a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia. Poi si recò con la sua scorta in via D'Amelio, dove vivevano la madre e la sorella.

Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa cento chili di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti. Erano le 16.58. L'esplosione, nel cuore di Palermo, venne avvertita in gran parte della città. L'autobomba uccise Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto in una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cosina, 31 anni, e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite l'agente Antonino Vullo

Convergenza di interessi 

Il 14 giugno del 2022 la Cassazione ha confermato l'ergastolo per Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello nell’ambito del processo Capaci bis.
Secondo la ricostruzione accusatoria, gli imputati avrebbero svolto un ruolo fondamentale per l’organizzazione dell’attentato. Per Maria Falcone che allora commentò il verdetto, questo "apre allo scenario della convergenza di interessi nell'attentato, prospettato nella sentenza della Corte d'assise". 

Molti filoni restano aperti 

"Le indagini sulle stragi del '92 proseguono su più fronti investigativi", ha ribadito il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, audito in commissione nazionale antimafia. "Si è appena concluso il filone mafia-appalti", ha spiegato, "molti altri filoni particolarmente delicati sono aperti con indagini in corso, ma è troppo presto per tirare le somme". A 34 anni di distanza, le stragi continuano a essere avvolte da misteri e zone d'ombra.

Le indagini non si sono mai fermate alla ricerca della verità che si concentra sulla presunta presenza di mandanti occulti, sui depistaggi istituzionali e sulle convergenze di interessi estranei alla mafia. Quattro poliziotti, appartenenti all’epoca al gruppo investigativo "Falcone e Borsellino", sono accusati di depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

Avrebbero reso false dichiarazioni nel corso delle loro deposizioni in qualità di testi nel precedente processo che si è chiuso, in secondo grado, con la prescrizione del reato di calunnia per altri tre poliziotti, anche loro accusati di depistaggio. 

Indagini deviate

C'è poi un altro procedimento giudiziario aperto, che vede imputati due ufficiali dei carabinieri in pensione e un ex poliziotto. I due ex generali, entrambi con un passato di primo piano nella Direzione investigativa antimafia, avrebbero ostacolato le indagini dei magistrati nisseni volte a riscontrare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Riggio, ex agente della penitenziaria.

L'accusa sostiene che non abbiano dato il giusto peso alle sue rivelazioni, le quali avrebbero potuto contribuire a far luce sulla strage di Capaci, sul possibile arresto di Bernardo Provenzano e su un progetto di attentato al giudice Leonardo Guanotta.      

In corso a Caltanissetta un altro processo, anche questo per depistaggio, nato dalla falsa pista nera, quella che ipotizzava la regia del terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie, nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci, pista finita con l'archiviazione. 

Magistrati sotto inchiesta 

Rimane aperto il fascicolo a carico degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra per aver contribuito, secondo i pm, a insabbiare, nei primi anni Novanta, una tranche dell’inchiesta Mafia e Appalti.

L'accusa sostiene che nel 1992, su presunto input dell'allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, Pignatone avrebbe istigato Natoli e Screpanti a condurre un’indagine apparente. 

L'ex senatore 

Su alcune piste investigative i pm nisseni hanno chiesto l’archiviazione. Tra queste, l’inchiesta aperta nei confronti dell’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, indagato per le stragi del '92.
A opporsi all'archiviazione, l'avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. L'udienza camerale, già fissata per il 18 maggio, su richiesta del difensore di Dell'Utri, è stata rinviata al 15 giugno.

Il procedimento era stato aperto prendendo spunto dai contenuti di un'intervista rilasciata dal giudice Borsellino il 21 maggio del 1992 a una televisione francese in cui il magistrato parlava dei rapporti tra Vittorio Mangano e Dell'Utri. L'ipotesi, che secondo quanto emerso non ha trovato riscontri, è che l'intervista potesse essere un possibile movente dell'accelerazione della strage di via D'Amelio, compiuta 57 giorni dopo quella di Capaci. Secondo l'avvocato Repici, "non solo le indagini sono state lacunose ma sono state del tutto travisate le risultanze acquisite". Repici sostiene che la richiesta di archiviazione arriva troppo presto, a fronte di elementi ancora non approfonditi e di connessioni rimaste sullo sfondo. Tra gli elementi da approfondire, secondo Repici, anche i rapporti tra Dell’Utri e Giuseppe Graviano. 

Mafia e appalti 

Infine "Mafia e appalti", un dossier che svela pericolosi intrecci tra mafia, politica e imprenditoria, ritenuto dagli inquirenti una concausa fondamentale per l’accelerazione della strage di via D'Amelio e il contesto in cui sarebbero maturati gli attentati del '92.

Nonostante le indagini, il fascicolo è rimasto a carico di ignoti. Il procuratore Salvatore De Luca e l'aggiunto Pasquale Pacifico hanno chiesto l'archiviazione ma la pista rimane centrale.

De Luca ha ribadito con forza che vi sono "concreti, univoci e plurimi elementi per sostenere che la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura causa della strage di via D’Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci".

Secondo la ricostruzione della procura nissena, l'informativa del Ros del 16 febbraio 1991 avviò un’indagine che, per quanto riguarda i rapporti tra l'imprenditore mafioso Antonino Buscemi e il gruppo Ferruzzi, non fu mai realmente sviluppata.

"Dal 1991 al 1995, Buscemi e il gruppo Ferruzzi hanno goduto di impunità totale", ha dichiarato De Luca. Nella richiesta di archiviazione del fascicolo, emerge l’isolamento e la sovraesposizione dei giudici Falcone e Borsellino; il peso del discorso pronunciato da Paolo Borsellino a Casa Professa il 25 giugno 1992 ritenuto tra le concause principali che accelerarono l'esecuzione della strage di via D'Amelio; l’evidenza che la sparizione dell’agenda rossa non rispondeva ad alcun interesse diretto di Cosa nostra, quanto piuttosto di ambienti che con la stessa erano in contatto per tenere celato quanto Borsellino aveva scoperto e, verosimilmente, annotato nell’agenda; nonché il protagonismo di La Barbera, ritenuto il vero regista del "più grande depistaggio della storia d'Italia".

La procura ha anche chiesto l'archiviazione di un’indagine aperta nei confronti di Paolo Bellini, in relazione alla sua presunta partecipazione alle stragi del 92. Si ipotizzava che l’ex esponente di Avanguardia Nazionale avesse ricoperto un ruolo esecutivo o di coordinamento nelle bombe di Capaci e via D'Amelio. A opporsi all'archiviazione, l’avvocato Fabio Repici. Si attende la decisione del Gip.