Da domani il Giornale si presenta in edicola con un abito nuovo. Ve lo annuncio oggi, alla vigilia, perché le sorprese vanno bene per i compleanni, non per i giornali: il lettore ha diritto di sapere prima che cosa troverà dopo. E lo dico subito, per tranquillizzare i più affezionati, che sono anche i più sospettosi, e fanno benissimo a esserlo: cambiamo pelle, non anima. Come la Valentina di quella vecchia poesia, vestita di nuovo ma sempre lei, capace di restare sé stessa anche col fiocco fresco di sartoria. Ci siamo rifatti il guardaroba, non il carattere.
Voi ci ritroverete come sempre, e noi non vi vogliamo diversi da come siete: gente che al mattino pretende di capire il mondo senza che nessuno le faccia la predica. I nostri buoni vecchi valori hanno ancora belle e buone gambe. Sarebbe da sciocchi tenerle nascoste sotto una tonaca: le mettiamo in mostra, perché il vostro occhio abbia il piacere di gustarle e la vostra testa la comodità di servirsene. Saremo più eleganti, di livello più alto: non per darci arie, ma per tenere i piedi meglio piantati a terra. L'eleganza vera è questa, un vestito che non impaccia il passo.
Di restauri me ne intendo, non per presunzione ma per anagrafe. Nel 1994, quando presi in mano questo giornale, non vendetti lucciole per lanterne. Allargammo lo spazio delle fotografie, portammo il colore, che allora a molti pareva una bestemmia, quasi che la serietà abitasse soltanto nel grigio: ebbene, il quotidiano di Montanelli non perse un grammo della sua identità, della sua eleganza, di quel senso di conservare qualcosa di eterno che è il vero lusso di una testata. I lettori non scapparono: aumentarono. Lo stesso feci poi con Libero, che nacque già vestito a festa. Segno che l'occhio vuole la sua parte, ma il cervello pretende il resto. Noi abbiamo sempre dato tutti e due, e continueremo.
Qualcuno storcerà il naso: la grafica, roba da estetisti. Sbaglia di grosso. La grafica è molto più della grafica. Da ragazzo, prima di imbrattare carta, facevo il vetrinista: addobbavo negozi, sistemavo vetrine, e ho imparato lì una verità che i professori del design ignorano. La vetrina non serve a stordire il passante con strepiti ed effetti stranianti, serve a rendergli familiare l'ingresso in bottega. Deve dirgli: entra, qui si sta bene, qui trovi quello che cerchi e magari anche quello che non sapevi di cercare. La buona grafica è ospitalità. È la casa resa più bella e più razionale: le stanze al loro posto, la luce dove serve, la poltrona accanto alla finestra. Nessun trasloco, una ripulitura intelligente: titoli che si fanno leggere, pagine che respirano, notizie ordinate secondo una gerarchia onesta, sicché il lettore capisca al primo colpo d'occhio che cosa conta e che cosa conta meno. Chi entra da noi da trent'anni troverà tutto più comodo; chi entra per la prima volta capirà subito di essere arrivato nel posto giusto.
Alla mia età dovrei diffidare delle novità: gli ottuagenari, si sa, si affezionano perfino alle poltrone sfondate. Invece confesso che questa veste nuova mi mette addosso un'allegria da apprendista. Forse perché non è una novità: è una fedeltà che si è lavata la faccia.
Perciò non aspettatevi rivoluzioni. Le rivoluzioni le lasciamo volentieri a chi non ha niente da conservare. Noi abbiamo molto: la libertà di giudizio, il gusto del fatto raccontato com'è e non come converrebbe, l'irriverenza verso il potere e la riverenza verso chi ci compra in edicola, che è l'unico padrone davanti al quale ci togliamo il cappello. Tutto questo resta, anzi si vede meglio di prima, perché una cornice pulita giova al quadro. Un giornale serio è come una persona seria: ogni tanto va dal sarto, mai dal chirurgo.
Il vestito è nuovo. Il corpo è quello. E cammina.