L'addio amaro di Starmer. "Lascio un Paese più forte". Ma il bilancio è misero

Scritto il 21/07/2026
da Erica Orsini

Il primo ministro uscente elenca i traguardi ma ignora ostacoli e inversioni di marcia

"Il mio lavoro è finito, me ne vado con un sorriso". È un sorriso amaro però quello che segue il commiato di Keir Starmer da primo ministro. A soli due anni dalla strepitosa vittoria ottenuta alle elezioni del 2024, Sir Keir ha lasciato ieri il numero 10 di Downing Street passando il testimone al nuovo premier Andy Burnham. Prima, come prevede la prassi, ha fatto il suo ultimo discorso in cui ha rinnovato il pieno supporto al suo successore ed ha ripercorso i due anni del suo mandato.

"In sei anni ho riportato il mio partito alla vittoria e sono fiducioso che nel periodo del mio governo il mio Paese sia diventato più forte e più equo di quanto era due anni fa - ha detto - la nostra economia è più forte, i nostri servizi pubblici sono migliori, ogni giorno i nostri bambini vengono tolti dalla povertà, il livello dell'immigrazione è sceso significativamente, la nostra reputazione internazionale si è rafforzata". Starmer ha poi ricordato come il suo privilegio più grande sia stato quello di assistere in prima linea al lavoro congiunto della sua squadra, dei dipendenti pubblici che ogni giorno operano perché la macchina amministrativa e di servizio funzioni. Se Starmer ha dovuto andarsene dopo soltanto un biennio, non vi è dubbio però che parecchie cose sono andate storte e che il suo governo non ha conseguito tutti i successi da lui elencati.

Il suo è stato in realtà un mandato tormentato, pieno di ostacoli e di inversioni di marcia, illuminato all'inizio da una brevissima luna di miele con i suoi elettori. Elettori che non hanno apprezzato la sospensione del bonus riscaldamento per i pensionati (poi azzerato), non hanno compreso i continui cambiamenti nella squadra della comunicazione, né i tentativi di battere i pericolosi avversari di Reform Uk proponendo le loro stesse strategie nelle politiche migratorie. Sicuramente meglio ha fatto questo premier sul fronte internazionale, ricucendo con testardaggine e costanza quel rapporto con l'Unione Europea che la Brexit dei governi Conservatori aveva sfilacciato e compromesso. Ma anche in questo caso si è forse rivelato troppo cauto e, attento a non turbare gli animi dei membri del suo partito euroscettici, poco ha concesso alla controparte per uscire veramente dallo stallo in cui il Regno Unito è sprofondato dal momento in cui ha lasciato l'Unione. Molti dei programmi di riavvicinamento nella post Brexit sono rimasti sulla carta e ci vorranno ancora anni per metterli in pratica. Se l'economia sia più forte, come Starmer ha asserito lasciando Downing Street, è un dato discutibile, certa è invece una crisi occupazionale giovanile che non ha precedenti e che l'ex premier lascia come pesante eredità al suo successore.

Anche i rapporti con gli alleati principali restano irrisolti, sebbene in questo caso le colpe non possano venir ascritte tanto a Starmer quanto al carattere volubile e ondivago del presidente americano, lusingato all'inizio dall'invito a corte di Re Carlo e poi deluso dalla mancanza di supporto britannico nell'ultimo conflitto aperto in Iran. Non può quindi essere definito positivo il bilancio dei due anni di mandato di un uomo che per molti analisti non era tagliato per fare il primo ministro, onesto ed equilibrato, ma poco empatico e troppo riservato per fare il leader. La sua rapida parabola discendente lo ha dimostrato.