A volte le ideologie o, peggio, le "pseudo-ideologie" hanno la meglio sul buonsenso. Il discorso di Monaco del Cancelliere tedesco Merz dell'altro giorno, che evidenzia la rottura tra Usa ed Europa e critica la dottrina Maga (Make American Great Again) che ispira la politica di Donald Trump, sarebbe da sottoscrivere dalla prima all'ultima parola ma questo non significa però che l'Italia sbagli a partecipare con il ruolo neutro di osservatore al "Board of Peace" per Gaza voluto dal presidente americano: l'organismo è strano, più improntato al business che alla politica, per alcuni versi stravagante com'è nella mentalità di The Donald (l'idea di autonominarsi presidente a vita del board ha tratti comici), ma dentro ci sono tutti gli attori principali (Israele, Egitto, Arabia Saudita, etc.) della crisi mediorientale.
Quell'organismo, piaccia o meno, per quanto pittoresco è il presente con cui bisogna fare i conti per dare un futuro alla Palestina. Motivo per cui esserci con il ministro degli Esteri, o chi per lui, è sempre meglio che non esserci perché - come recita il proverbio - l'assente ha sempre torto e non ha voce in capitolo né sulla pace, né sulla ricostruzione di Gaza che vale miliardi di dollari. Inoltre, qualora l'organismo fallisse o prendesse una brutta strada, abbandonarlo sarebbe sicuramente più eclatante che non esserci entrati per niente a qualunque titolo.
È la ragione per cui a Washington andranno come osservatori tutti e tre i paesi della Ue prospicienti il Medioriente (Italia, Grecia e Cipro), cioè geograficamente i più interessati dalla crisi palestinese, e un rappresentante della Commissione di Bruxelles. La Germania fino a ieri sera era per il "no": secondo la Farnesina la Meloni nella nottata avrebbe fatto un ultimo tentativo per convincere Berlino ad accettare il ruolo di osservatore. Gli altri paesi europei (Francia, Inghilterra, etc.) hanno optato invece per il "no" sin dall'inizio. Una scelta indotta da un pregiudizio: dire che il board demolisce ancora di più il ruolo delle organizzazioni internazionali, significa non essere consapevoli dello stato comatoso dell'Onu che purtroppo nei conflitti di oggi non prende palla. Né tantomeno il board è l'argomento adatto su cui marcare la distanza dall'attuale politica americana. Anche perché si rischia di entrare in palese contraddizione visto che l'Europa e i paesi europei chiedono un giorno sì e un altro pure di partecipare alle trattative per la pace in Ucraina, dove l'Onu non è presente e nessuno per ora si sogna di invitarlo.
Ecco ci vorrebbe un pizzico in più di pragmatismo e di visione. Vale anche per l'opposizione italiana. Non è la partecipazione al board nel ruolo neutro di osservatori il terreno su cui criticare la Meloni. Semmai il governo italiano poteva essere meno timido alla conferenza di Monaco, più in linea con i segnali lanciati oltreoceano da Macron, Starmer e Merz. Più orgoglioso di essere europeo. E meno comprensivo verso l'ideologia Maga, quella davvero minaccia l'idea di Occidente e sabota l'integrazione europea. Anche perché l'obiettivo di far di nuovo grande l'America a spese del vecchio continente (dazi, politica dell'energia, crisi ucraina) cozza concettualmente con quello di far grande e unita l'Europa.