Nel giorno in cui ci pensa un boss 'ndranghetista a smentire il suo conterraneo Nicola Gratteri e dirci che a votare No al referendum ci sono parecchi criminali veri, una luce caravaggesca squarcia il buio delle procure e ridà colore alla giustizia: Vittorio Sgarbi è stato assolto. Scagionato dall'accusa di riciclaggio per la surreale storia del quadro attribuito a Rutilio Manetti, a cui solo un Paese abituato a stare zitto di fronte a ogni fregnaccia può credere. Un bel giallo da ombrellone montato bene dai colleghi del Fatto quotidiano e da Report, ma poco più che una puntata dell'ispettore Derrick. Nemmeno delle migliori. L'effetto invece è reale: la solita valanga di sterco sul Vittorio nazionale che, tra le altre cose, l'ha fatto dimettere non tanto da sottosegretario alla Cultura, che è solo una poltrona troppo piccola per lui, ma, ed è quello che ci sta a cuore, da Vittorio Sgarbi stesso. Almeno quello che avevamo conosciuto. Il tutto nemmeno per colpire lui, ma Giorgia Meloni, lo sport olimpico vero di questo Paese ossessionato e accecato. Vittorio è stato assolto. Depresso. Emaciato. Silenzioso dopo avere parlato per tutta la vita. E perfino padre costretto a sentirsi fare la predica da una delle sue figlie. Perché al peggio in Italia non c'è limite. Il tutto per una bufala su un pittore che i suoi accusatori nemmeno conoscono.
Come al solito l'accusa riempie la scena e poi cade. Dopo averti sputtanato e indicato come un criminale. Oggi cade, come al solito, al suolo l'architrave del più violento di quei teoremi sgangherati. Era solo fango, una grande opera di violenza di massa. E anche per questo che il fronte del No è così surriscaldato. E riempie il dibattito di insulti e fake news. Perché ormai il metodo è non solo chiaro all'Italia ma ha rotto le palle. Come direbbe Caravaggio.