A furia di evocare la mafia in campagna elettorale per il referendum sulla giustizia, dagli armadi della Storia spuntano fantasmi che imbarazzano gli stessi inquirenti che li hanno chiamati in causa. "Il governo di Giorgia Meloni vuole mettere sotto scacco i pubblici ministeri o i giudici istruttori. Penso che la divisione delle carriere ci sia già, è tutto un trucco", tuona ai microfoni di quel rompiscatole di Klaus Davi il boss di 'ndrangheta Demetrio Latella, condannato all'ergastolo un pugno di giorni fa dal tribunale di Como per il sequestro e l'omicidio di Cristina Mazzotti, una delle prime vittime dell'Anonima sequestri calabrese, sequestrata a Eupilio (Como) il 30 giugno del 1975 e ritrovata morta il primo settembre successivo in una discarica di Galliate (Novara). Poi precisa: "Non mi piace né la Meloni né la Elly Schlein, sono apolitico: non ho mai votato né voterò mai". Una frase che suona comunque come una sconfessione dei proclami di Nicola Gratteri e di diversi pm antimafia ("Mafiosi e massoni votano Sì"), il messaggio per il "No" è passato e farà più breccia.
Oltre all'endorsement per il "No" che sembra preso dai proclami dell'Anm Latella consegna ai suoi una serie di messaggi cifrati sulla guerra di mafia a Milano negli anni Novanta ("Diciamo che l'ho fatta partire io"), la rivendicazione di altri omicidi ("Per quanti ne abbia ammazzati, sono stati sempre pochi, io non ho rimorsi tranne per la Mazzotti") e persino un pizzino ai calabresi "che mi hanno tradito, mi hanno messo nella mer... mentre io legavo con i siciliani".
Millanterie o segnali criptici mandati in Calabria proprio mentre la lotta alla criminalità organizzata mostra la corda? Perché un boss entra nella campagna referendaria? Solo per rispondere a Gratteri o per avvelenare i pozzi? E come mai un killer condannato all'ergastolo con un pedigree criminale di tutto rispetto è ancora a piede libero? È questa la giustizia che funziona di cui si vantano i magistrati contrari alla riforma? Non sono queste parole un insulto alle vittime di mafia? Domande da rivolgere agli inquirenti della Procura di Milano, che qualche giorno fa si sono affrettati a chiedere (e ottenere) la custodia cautelare in carcere per l'altro condannato eccellente per l'omicidio Mazzotti. Parliamo di Giuseppe Calabrò alias Dutturicchiu, uno dei tanti (troppi) "invisibili" della 'ndrangheta che a 76 anni non è mai condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso ma solo per droga a 25 anni, eppure è considerato dal gip di Milano Giulia Marozzi "una figura apicale", tanto da chiedere la convalida del fermo per scongiurare una fuga probabile. Fermato prima di imbarcarsi per la Calabria, Calabrò è anche finito (un po' tardi) nell'inchiesta sugli ultras e le curve di Milano e nel filone di Hydra - la presunta cupola mafia-camorra-ndrangheta scoperta dalla Dda di Milano - chiamato in causa dai pentiti Antonino Randisi e William Alfonso Cerbo detto Scarface perché "in una posizione sovraordinata" rispetto agli altri capimafia.In una delle ultime udienze, a sua discolpa, Calabrò ha anche avuto il coraggio di tirare per la giacchetta lo stesso Gratteri in un memoriale. "So che i pm hanno chiesto informazioni su di me a lui e al dottor Giovanni Bombardieri (prima a Reggio Calabria poi procuratore capo a Catanzaro e oggi a Torino, ndr) ma non risulta pervenuta agli atti alcuna risposta, il che lascia presumere che non siano emersi elementi idonei a collegarmi alla 'ndrangheta", si legge in sostanza nella memoria. Calabrò era invisibile anche a loro?