L'album perde un'altra figurina. Il maligno si è portato via, a 75 anni, Kevin Keegan. Per stile di gioco, in quel Liverpool fantastico, era il quinto Beatles, a parte la criniera di riccioli a contornargli la testa, una testa giusta, onesta, generosa, si scrive così di solito post mortem ma il ragazzo di Armthorpe, nato il giorno di San Valentino del 51, figlio di un minatore, era davvero uno immediato e sincero. Era, il suo, il tempo nel quale, sulle fasce, correvano le ali e non gli esterni e dribblavano l'avversario non saltavano l'uomo, Marco Tardelli gli timbrò i garretti, quando si poteva e si doveva marcare a uomo fino alla toilette dello spogliatoio. Keegan è stato il glorioso football inglese prima dell'avvento degli stranieri, doveva competere con gallesi, irlandesi e scozzesi ma le sue gesta e i suoi gesti impressionarono quelli del Real che stavano per assumerlo quando si presentarono i signori dell'Amburgo per portarlo nel campionato tedesco.
Due palloni d'oro, tre titoli inglesi, una coppa dei campioni, due Uefa, una d'Inghilterra, 63 volte presente con la nazionale con la quale collezionò 31 cappellini, il premio di stoffa che viene consegnato dalla federcalcio inglese ad ogni calciatore convocato (gli scozzesi ne ricevono uno per stagione!), 21 gol con i tre leoni, fetta di storia bella, anche di cantante e di uomo copertina per gli europei sull'isola della regina, prima che il suo corpo annunciasse la stanchezza improvvisa, i bianchi capelli e il viso di cera, la lontananza dal circo che vede sfilare le vecchie glorie come al luna park, Kevin è stato un big man little man, un piccolo grande uomo e calciatore, Elisabetta II lo aveva onorato del titolo dell'Ordine dell'Impero Britannico, il regno riconosce da sempre i meriti degli sportivi, Kevin non era David, nel senso di Beckham, piaceva sì alle donne ma soprattutto alla sua Jean, mai stata una WAGs, che lui lascia insieme con due figlie, Laura e Sarah. Il loro messaggio di addio è come la luce fioca del crepuscolo.