Sisma del 2016, una tragedia raccontata nel libro 'Salvare vite'

Scritto il 23/08/2026
da agi

AGI - Ancora in piedi solo la torre civica e un palazzo rosso, poi tutto intorno le macerie di una città distrutta. La prima, drammatica foto di Amatrice scattata dall'alto di un elicottero diventerà l'immagine simbolo del terremoto di magnitudo 6.0 che il 24 agosto 2016 mette in ginocchio il centro Italia, devasta quattro regioni - Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo -, cancella paesi e semina morte nel giro di una ventina di secondi.

A dieci anni di distanza, il ricordo di quel terremoto innerva doloroso tutte le 154 pagine di 'Salvare vite - il terremoto di Amatrice e del Centro Italia raccontato dai vigili del fuoco' (Mondadori, 18,50 euro), libro scritto da Luca Cari, capo della comunicazione in emergenza dei vigili del fuoco, che condivise sul campo la fatica dei soccorsi con le migliaia di colleghi arrivati in poche ore da tutta Italia. Ed è a dieci di quei colleghi che Cari affida altrettanti racconti - idealmente uno per ogni anno trascorso - delle primissime ore degli interventi, quando si ha la drammatica conferma che in certi casi "l'immaginazione non basta a rappresentare la realtà, che è peggiore" e quando la differenza tra un minuto in più o in meno o tra una scelta giusta o sbagliata può segnare il confine tra una vita guadagnata e una persa.

Cari: "La squadra è il blocco indivisibile che porta al risultato"

I nomi di quei dieci vigili compaiono solo nella postfazione, perché in certe situazioni il lavoro di uno non prescinde dal lavoro degli altri, e perché quando il vigile del fuoco "opera sul campo non esiste il singolare, è la squadra il blocco indivisibile che porta al risultato". I numeri conservano intatte le dimensioni della tragedia - 200 mila soccorsi portati a termine, 299 vittime recuperate (237 solo ad Amatrice), 40 mila sfollati - ma a restituirne la dimensione emotiva, a tratti insostenibile, è la miscela di pensieri e azione di chi corre da un salvataggio all'altro, scavando con le mani tra le case crollate, guidato solo dalla flebile richiesta d'aiuto che arriva da sotto strati di ferro e cemento. 

Le vite spezzate

Buio, polvere, odore di gas, le grida strazianti di chi cerca un figlio, un fratello, una moglie, un marito. E poi scosse, ancora scosse. Una coppia sotto le macerie, lui vivo, lei morta: caso o disegno divino, non conta. L'abbraccio della bambina strappata a una montagna di detriti: una seconda nascita, otto anni dopo la prima. Il lenzuolo bianco steso sopra al corpicino di una ragazzina. L'ultimo "ciao amore" sussurrato dalla donna sepolta dalla camera di un hotel al compagno che non c'è più. Il bambolotto che invece era un bambino. Le due gemelle date per morte dai genitori e che invece stanno in valle a dare una mano dove serve. La nonna che protegge i nipoti facendo loro da scudo. Frammenti di storie simili a quelle di altri terremoti e al tempo stesso uniche nella loro drammaticità.

La macchina dei soccorsi

Luca Cari le raccoglie e nel farlo spiega anche che cosa c'è dietro la macchina dei soccorsi che si mette in moto in emergenze come queste (le colonne dei mezzi che si muovono nella notte, "un flusso rosso che come il sangue percorre le arterie portando ossigeno" alle zone colpite); l'importanza della formazione e dell'addestramento continuo ("non siamo eroi ma professionisti che sanno e conoscono, e che accettano di trasformare in incognita il proseguimento stesso della propria esistenza"); il contributo fondamentale degli addetti alla logistica; la cura che il soccorritore deve avere in primis per se stesso ("non si tratta di egoismo, salvaguardarsi significa mettersi nella condizione di salvare gli altri, se sei finito tu sono finiti pure loro"), il pensiero fisso di chi sale sui mezzi e lascia la caserma ("salvare la gente, non consideriamo nemmeno l'ipotesi di non riuscire a farlo").

La visita di Papa Francesco

Il libro si chiude con un ricordo nel ricordo, quello della visita di Papa Francesco ad Amatrice. È il 4 ottobre, quaranta giorni dopo il sisma, e il pontefice si fa accompagnare proprio da Cari sulle macerie, chiede umile "ho fatto male a venire?". E prima di raccogliersi, solo in preghiera, e di farsi un foto con loro, "solo con loro", promette: "Pregherò perché i vigili del fuoco non debbano lavorare. Il loro è un lavoro doloroso".