Fiumi di denaro, finanziamento al terrorismo e politica. È questo il quadro che Il Giornale ha svelato fin dall'inizio dell'inchiesta. Ma ora a mettere nero su bianco le trame e i rapporti tra islamici e sinistra istituzionale è la stessa Procura di Genova, nelle migliaia di pagine dell'indagine che sta conducendo sulla cupola d'Oro di Hamas in Italia. Gli approfondimenti investigativi mettono al vertice Mohammad Hannoun, il giordano a capo delle diverse associazioni «benefiche» che, negli ultimi vent'anni, sono attenzionate dagli inquirenti per l'opaca raccolta e gestione dei soldi destinati alle «primule verdi» dell'organizzazione terroristica palestinese.
Ma a giocare un ruolo chiave è anche il suo storico braccio destro Sulaiman Hijazi, il vice che, una volta scoperto l'interesse investigativo sul giro d'affari islamico, si è solo formalmente sfilato dall'organigramma della società, non comparendo più nel registro della Abspp, l'associazione tramite cui sarebbero stati raccolti diversi milioni di euro destinati ad Hamas. Ha invece continuato a rappresentare il volto buono della beneficenza attraverso la figura di raccordo tra i presunti terroristi e il mondo politico dell'opposizione.
Questo perché Hijazi, come si legge dalle carte di cui Il Giornale è venuto in possesso in esclusiva, era consapevole di quanto accostarsi pubblicamente ad Hannoun fosse rischioso per la sua reputazione e per il raggiungimento degli obiettivi, al punto da considerare molto più conveniente agire apparentemente in modo separato. È lo stesso Hijazi, intercettato dai militari della Guardia di Finanza, a descrivere la «pericolosità» mediatica del suo capo. «Hannoun è una persona che è molto facile... riesce a bruciare tutti quelli che ha intorno, ed io te lo sto dicendo per esperienza, lui se ne frega, è vero che possa essere ringraziato perché ha dedicato la sua vita alla causa, ma se ne frega di noi, se ne frega che si brucia chi è con lui», dice al telefono il 5 marzo scorso a un amico del giro. Inoltre, negli atti dei pm di Genova, Hijazi viene definito testualmente «collaboratore» dell'ex grillino Alessandro Di Battista. Ma come collaborano i due? C'entra qualcosa l'associazione «Schierarsi», che oggi rappresenta una delle principali attività di Di Battista? O in che altro modo sarebbero legati? Sicuramente, allo stato delle carte, da un'amicizia, visto che, sempre nella stessa intercettazione, l'interlocutore del numero 2 dell'Abspp definisce Di Battista e anche la deputata dei 5 Stelle Stefania Ascari «cari amici».
Così cari da prenderli in considerazione nei momenti più critici per l'associazione, soprattutto quando si presenta il problema dei conti bloccati, anche a seguito delle sanzioni applicate dalla sezione Antiterrorismo degli Stati Uniti, che avevano reso difficile il trasferimento di oltre un milione di euro a Gaza. È il 20 marzo 2025 quando Hijazi parla con l'ex deputato del Movimento 5S Davide Tripiedi. Insieme affrontano le difficoltà che il coinvolgimento di Hannoun comporterebbe al buon esito della transazione economica, per cui ipotizzano di coinvolgere Di Battista per dipanare la matassa.
«Eh, difficile, Hannoun vuole partire con un milione di euro che li ha già raccolti e son bloccati in un conto... vuole trasferirli in... sta cercando di riuscire a farla tramite la Farnesina... ma è una cosa abbastanza difficile... cioè, il nome di Hannoun alla Farnesina... con la associazione è molto difficile... quindi... eh... non so ...io ho detto Hannoun potresti sentire Di Battista...», dice Hijazi a Tripiedi. «Eh ma come cazzo fa Alessandro», risponde il grillino. «Trasferire un milione di euro da un conto all'altro...», ribatte l'islamico. «Ma minchia scusa, se trasferisci un milione di euro figa... non vieni segnalato immediatamente alla Banca d'Italia, ma istantaneamente... cioè, non.. cioè, capito?», fa notare giustamente Tripiedi. Ma la risposta di Hijazi fotografa in modo inquietante la situazione: «Sì, sì... e ma lui... se ne fotte». L'ex politico aggiunge però che «ci deve essere una buona valida ragione» e il braccio destro di Hannoun spiega che «questa è valida ragione... è che va a fare aiuti umanitari a Gaza, con progetto... e lui ha sicuramente agganci giù a Gaza». A quali agganci di Di Battista nella Striscia fa riferimento Hijazi? Con chi sarebbe in contatto l'ex grillino più volte citato negli atti dell'inchiesta genovese?
Inoltre, proprio mentre i due parlano dell'amico pentastellato, esternano la seconda delle preoccupazioni della missione a Gaza. «Se andiamo con Hannoun, sicuramente ci farà incontrare i verdi (Hamas, ndr)», rivela Hijazi, «cioè, roba che verrà strumentalizzata da tutti... non bisogna muovere in queste... almeno io, non posso più fare queste cose... non posso rischiare di essere cacciato».
Qui si evidenziano due aspetti fondamentali: la familiarità del cosiddetto giro dei proPal con i vertici di Hamas e la preoccupazione di Hijazi (oggi indagato come vi avevamo rivelato in esclusiva), il quale, a differenza di Hannoun, non è in possesso della cittadinanza italiana, elemento questo che renderebbe più semplice la sua espulsione dal Paese qualora commettesse reati.
Quello che emerge ampiamente dall'attività investigativa, il cui esito positivo è stato raggiunto anche grazie all'operatività sotto copertura degli analisti che sono riusciti a bucare il firewall del computer dell'associazione e a esfiltrare quasi 4 terabyte di dati accumulati negli anni da Hannoun&Co, è la consapevolezza dei pentastellati in merito al fatto che la Abspp e i suoi vertici fossero sotto la lente degli inquirenti. E non di recente, dopo che i vari indagati finissero all'attenzione mediatica per l'attivismo proPal, ma addirittura almeno dal 2023, come dimostra l'intercettazione del Primo dicembre di quell'anno. In una conversazione tra Hijazi e Di Battista, il primo, in maniera categorica, spiega come il gruppo abbia tutti i conti bloccati per colpa di Hannoun e dice di avergli detto testualmente che deve farsi da parte in quanto «lui è il problema», quindi deve togliersi dall'associazione, quantomeno ufficialmente. Hannoun, in sostanza, rappresenta un intralcio non per la sua funzione di vertice, bensì in quanto «uomo immagine» che può interferire nella realizzazione dei loro piani. E l'ex parlamentare arriva perfino a chiedere se stiano arrivando o meno donazioni, perché tanta gente vuole contribuire, motivo per cui lui sta già fornendo l'Iban. «Non vorrei che oggi è lui (il problema, ndr), domani diventi te, domani diventa Abu Falastin», sottolinea Di Battista riferendosi a Raed Dawoud, oggi in carcere in regime di massima sicurezza con l'accusa di essere un componente del comparto estero di Hamas e a capo della sezione milanese della Abspp. «Ho già visto l'articolo sulla figlia... sai, questi sono dei pezzi di merda che devono soltanto ostacolare gli aiuti», aggiunge il grillino. «Anche perché... vorrei tanto... cioè, questi del Fatto Quotidiano potrebbero accettare la mia proposta di fare tre documentari... (sai Suli, il documentario è non soltanto il mio lavoro ma è la presentazione, tutta la comunicazione dell'anno, è una roba potente...) sui campi profughi palestinesi al di fuori della Palestina. Quindi fare proprio un documentario serio... Libano, Giordania e magari anche Siria... in un mese e mezzo... sarebbe una figata», conclude Di Battista. Sfoggiando così una consapevolezza che poco si sposa con le accuse mosse dai 5 Stelle nei confronti dell'inchiesta del Giornale.

