Avendo avuto i voti più bassi della nostra peraltro mediocre carriera scolastica in Fisica, leggiamo sempre quello che scrive Carlo Rovelli, l'uomo intelligente più fesso che ci sia capitato di sentire quando non parla delle sue cose. Ieri, ad esempio. In partenza per l'Oriente, ha scritto sul Corriere della sera, noto foglio proletario, un'articolessa in lode della Cina. Neanche fosse Moravia di ritorno da Pechino nel 1967.
Sempre tutti comunisti nei Paesi degli altri.
Comunque. Per 215 righe Rovelli magnifica le virtù cinesi in ambito economico, ecologico, tecnologico, commerciale, educativo e in politica estera, «dove la Cina è una voce di moderazione», contro il modello degradato, guerrafondaio e coercitivo degli Usa. Dice che l'esperienza cinese chiede di «riaprire la questione storica dell'efficacia del comunismo»; cita il «grande consenso interno» riscosso dal Partito comunista cinese (essendo l'unico infatti di solito ottiene il 100% dei voti), elogia il benessere generalizzato (e ci credo: è più capitalista la Cina di New York City) e canta l'aspirazione pacifica del Paese: senza menzionare Taiwan, il Tibet, gli Uiguri e il fatto che nel 2025 la Cina ha alzato la spesa militare a 1,8 trilioni di yuan: 250 miliardi di dollari.
Va bene così. Siamo per la libertà di stampa, di opinione e di cazzate. Adesso però mandiamo al Corriere con preghiera di pubblicazione un pezzo sulla teoria della gravità quantistica a loop. Dove scriviamo così, a caso - che i cinesi sono brutte persone. Persino peggio degli intellettuali italiani.

